Chi è leggermente in sovrappeso vive di più, sfatato il mito
15 Ottobre 2025
Ormai un po’ di anni fa riportavamo, come sintetizzato qui di seguito, quanto emerso da uno studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista JAMA – Journal of the American Medical Associatio. Questo studio aveva suscitato attenzione perché asserendo che chi è (per quanto leggermente) in sovrappeso vive di più sfidava alcune idee comuni sull’indice di massa corporea (BMI) e sulla salute. Nonostante la datazione, è rimasto un punto di riferimento nel dibattito medico. Tuttavia, nel tempo, ha generato commenti, repliche, revisioni e nuove ricerche. Ma partiamo da quel che si diceva nell’ormai lontano (scientificamente) 2011.
Contenuti della pagina
Studio del 2011: chi è in sovrappeso vive di più
I soggetti con una massa corporea (peso in chilogrammi diviso per altezza al quadrato – BMI) tra 25 e 30 (sovrappeso) vivono di più di coloro che sono sottopeso (massa corporea meno di 20), normopeso (massa corporea tra 20 e 25) o obesi (molto maggiore di 30). Il tasso di mortalità o malattie cardiache è lo stesso per soggetti sovrappeso e normopeso, ma i primi muoiono meno frequentemente per malattie ai polmoni, infezioni, Alzheimer e Parkinson.
Le persone sovrappeso muoiono più frequentemente invece per il diabete e malattie ai reni che persone normopeso. I soggetti sottopeso e obesi hanno tassi di mortalità più alti di quelli normopeso e sovrappeso. Infine per i soggetti obesi contano molto i problemi cardiaci, diabete e problemi ai reni per incidenza di morte. Alla fine questo studio dimostra che è possibile essere un po’ sovrappeso e in salute e se lo dice JAMA dobbiamo crederci.
La situazione di sovrappeso e obesità in Italia, 10 anni dopo lo studio
Secondo i dati raccolti da EpiCentro / ISS, nel biennio 2020‑2021 circa il 43% della popolazione adulta italiana risulta in eccesso ponderale: il 33% è in sovrappeso (BMI 25‑29,9) e il 10% è obeso (BMI ≥ 30).
Questi valori vengono confermati anche dai dati più recenti (2023‑2024), che stimano la stessa proporzione (43%) di adulti con eccesso ponderale, 33% in sovrappeso e 10% obesi.
Secondo l’ISTAT, nel 2023 circa il 46,3% degli adulti era in eccesso di peso, con il 34,6% in sovrappeso e l’11,8% in condizione di obesità. Il Ministero della Salute segnala che la prevalenza dell’obesità è diminuita rispetto al passato (dal 12,0% nel 2008/09 al 9,8% nel 2023), ma con una stabilizzazione negli ultimi anni.
In sintesi: l’eccesso ponderale (sovrappeso + obesità) riguarda quasi metà della popolazione adulta italiana. A ciò si aggiunga che il fenomeno è maggiormente presente con l’aumentare dell’età, fino a circa i 75 anni, poi tende a ridursi probabilmente per fenomeni legati all’invecchiamento e alla perdita involontaria di peso.
Questi dati mostrano che il problema dell’eccesso ponderale è stabile e diffuso da tempo in Italia e costituisce un importante tema di salute pubblica.
Perché quando si è sovrappeso non si vive di più
Il sovrappeso riguarda moltissime persone. Basti pensare che UNICEF ha dichiarato che oggi nel mondo siamo arrivati ad avere un numero più alto di bambini sovrappeso che malnutriti. A fronte di tale situazione, negli anni successivi allo studio sopra citato, sono emerse numerose critiche metodologiche, precisazioni e analisi più raffinate che hanno messo in dubbio la solidità di quelle conclusioni. Ecco i principali motivi per cui oggi è più corretto usare cautela.
Confondenti nascosti e causalità inversa
Molti studi originali che suggerivano un “vantaggio” del sovrappeso non hanno adeguatamente corretto per fattori confondenti come fumo, malattie latenti, povertà / istruzione, oppure non hanno escluso chi aveva perso peso prima della misurazione.
L’analisi di Mathur & VanderWeele (2022) ha calcolato che un confondimento moderato non controllato potrebbe sovvertire una stima “protettiva” del sovrappeso, portandola verso l’effetto nullo.
Il BMI è un indicatore grezzo: non distingue massa magra/grassa né distribuzione del grasso
Il BMI non distingue tra muscolo e grasso, né tra grasso viscerale (più pericoloso) e grasso sottocutaneo. Due persone con identico BMI possono avere profili metabolici molto diversi.
Studi recenti suggeriscono che misure come massa magra, grasso viscerale, circonferenza vita o rapporto vita/fianchi siano predittori migliori di rischio metabolico rispetto al solo BMI.
La storia ponderale (peso passato) conta
Chi ha avuto pesi elevati in passato ma che ora appare “normopeso” può aver accumulato danni metabolici che persistono — un fenomeno che può distorcere i risultati che confrontano semplicemente BMI a un dato momento.
Uno studio di JAMA Network Open ha usato il “peso massimo registrato” come variabile e mostrato che la relazione tra obesità e mortalità cambia se si considera la storia ponderale.
Effetti dipendenti dall’età e dalle condizioni cliniche
In popolazioni anziane o in pazienti con malattie croniche, il “vantaggio” del sovrappeso è in alcuni casi osservato (paradosso dell’obesità), ma queste condizioni sono molto specifiche e non generalizzabili alla popolazione sana.
Ad esempio, uno studio recente pubblicato nell’European Heart Journal su pazienti con insufficienza cardiaca ha mostrato che il paradosso dell’obesità non resiste quando si isolano gli effetti del BMI da altri fattori: la sopravvivenza non appare legata al BMI dopo correzioni adeguate.
Nuove evidenze che sfatano l’idea che chi è sovrappeso vive di più
Studi recenti tendono a non supportare un vantaggio netto del sovrappeso sulla mortalità, soprattutto dopo aggiustamenti più rigorosi.
In particolare, la ricerca recente sull’insufficienza cardiaca ha dimostrato che il “paradosso” non resiste se si tiene conto della massa muscolare, del grado di infiammazione e di altri fattori, smontando in parte la convinzione che BMI più elevati portino a migliore sopravvivenza in chi è già malato.
Sfatato il mito: chi è sovrappeso non vive necessariamente di più
Alla luce delle evidenze più recenti, e considerando le critiche metodologiche, possiamo formulare alcune conclusioni aggiornate con maggiore cautela.
Da un punto di vista di salute pubblica e clinico, è pragmatico mantenere o tendere a un peso “sano”, non tanto per raggiungere un “vantaggio di longevità” enunciato teoricamente, ma per ridurre il rischio di malattie metaboliche, cardiovascolari, renali e tumorali che sono ben documentate con l’obesità o l’eccesso adiposo nocivo.
Il presunto “vantaggio” del sovrappeso appare in larga misura un artefatto metodologico, legato a confondenti non controllati, variazioni del peso nel tempo e limiti del BMI come misura.
Non c’è una prova forte e unanime che chi è moderatamente in sovrappeso abbia una mortalità significativamente inferiore rispetto ai normopeso, specialmente quando si controllano bene i fattori di confondimento.
In contesti clinici specifici (per esempio, pazienti con malattie croniche), è vero che talvolta si osserva un paradosso dell’obesità, ma questi risultati non vanno generalizzati alla popolazione sana.
Piuttosto che puntare al “peso ottimale” basato su BMI, è più utile considerare:
- la composizione corporea (magra vs grassa);
- la distribuzione del grasso (viscerale vs periferico);
- la storia del peso corporeo;
- i biomarcatori metabolici (insulino‑resistenza, infiammazione, eccetera);
- lo stile di vita complessivo (attività fisica, dieta, fumo, condizione sociale).